Discussione:
Gambadilegno a Parigi
(troppo vecchio per rispondere)
Alessandro Di Candia
2006-02-25 09:00:01 UTC
Permalink
Raw Message
Forse vi sembrerò un bifolco, ma, per quanto mi piaccia, non ho ancora
capito Gambadilegno a Parigi: qualcuno mi dà dei lumi?

Non odiatemi

Alessandro
gioviale
2006-03-20 14:40:56 UTC
Permalink
Raw Message
Post by Alessandro Di Candia
Forse vi sembrerò un bifolco, ma, per quanto mi piaccia, non ho ancora
capito Gambadilegno a Parigi: qualcuno mi dà dei lumi?
Ti copincollo una cosa che scrissi al momento dell'uscita del disco, in
realtà non so quanto possa essere di "chiarimento". :)
_____________________

Qualcuno ne aveva rilevato una certa monotonia nell'interpretazione, e non
ero d'accordo. Una vocalità in equilibrio, direi, emozionanta ed emozionante
ma che vibra in leggeri accenti, in flessioni misurate.

E su quel quattro quarti lento, disinteressato eppure incoraggiato da bei
suggerimenti di piano, e intelaiato solo dallo sfrigolare di acustiche, da
echi di chitarre slide; nei chorus ancora chitarre, stratificate, senza
risparmio, e sopra tutto l'espressività di un mandolino. Su tutto questo,
dicevo, un atteggiamento post-bellum, tutto fatto di pioggie raffreddate e
di sognanti visioni.

Lo dico subito: siamo dalle parti del capolavoro.

Può essere utile ricostruire un soggetto, ma certo importano di più le
suggestioni, e di suggestioni qui ce ne sono a iosa. A partire da quell'"e
allora sognò..." Un continuum di révéries, apparentemente inconsistenti sul
piano temporale, prive di ordine e di ragioni. C'è un gambadilegno
stilizzato, straniato nel titolo a buffa immaginetta da giornalini, subito
smentita.

Gamba di legno è un reduce di guerra, c'è poco da scherzare. Atene e Parigi
i due momenti di una civiltà, quella occidentale, città icone di temperie
culturali precisissime; la prima appare in sogno, sotto la neve,
perfettamente algida e diafana, un mito di perfezione polare. L'altra è la
Parigi di una sfilata di reduci in parata militare, tra cui il nostro gamba
di legno, e con l'entusiasmo per la guerra appena lasciatasi alle spalle.

Un passo indietro, ed ecco il militare e la crocerossina - chissà, forse di
hemingwayana memoria. Sappiamo che lo scrittore americano arruolatosi per il
fronte italiano durante la prima guerra mondiale come volontario della croce
rossa, rimase ferito proprio ad una gamba; in quell'occasione conobbe
l'infermiera Agnes von Kurowsky. Queste vicende sono finite nello splendido
Farewell to Arms (1929). Sappiamo tra l'altro che negli anni venti hemingway
visse proprio a Parigi. E allora, anche la pioggia che sferza i lungomare,
le città e le fermate del tram è la pioggia che proprio in Hemingway è
latrice di morte. Così i soldati, carichi di pioggia, e l'umidità, l'inverno
da cui il militare chiede all'infermiera di poter uscire.

Di nuovo Atene, di nuovo un flash, di nuovo una contrapposizione, e di
questo dopoguerra non rimane traccia di parate e di festeggiamenti, il
nostro è solo. Non ci viene detto nulla di Aprile, non sappiamo se il suo è
stato un epilogo simile a quello di Agnes o piuttosto a quello del suo
alter-ego letterario Catherine.
Il brano si chiude con una breve quanto struggente elegia ricalcata
sull'evocatività di un paio di toponimi parigini, a tratteggiare un paio di
immagini veramente da antologia.

Ripeto, imho un capolavoro di equilibrio e immaginificità.
Alessandro Di Candia
2006-03-22 18:42:31 UTC
Permalink
Raw Message
Post by gioviale
Ti copincollo una cosa che scrissi al momento dell'uscita del disco, in
realtà non so quanto possa essere di "chiarimento". :)
_____________________
Qualcuno ne aveva rilevato una certa monotonia nell'interpretazione, e non
ero d'accordo. Una vocalità in equilibrio, direi, emozionanta ed emozionante
ma che vibra in leggeri accenti, in flessioni misurate.
[cut]

______________________________________________________

Grazie molte. Non ci speravo più.
Alessandro Di Candia
2006-03-23 08:43:22 UTC
Permalink
Raw Message
Post by gioviale
Post by Alessandro Di Candia
Forse vi sembrerò un bifolco, ma, per quanto mi piaccia, non ho ancora
capito Gambadilegno a Parigi: qualcuno mi dà dei lumi?
Ti copincollo una cosa che scrissi al momento dell'uscita del disco, in
realtà non so quanto possa essere di "chiarimento". :)
_____________________
Qualcuno ne aveva rilevato una certa monotonia nell'interpretazione, e non
ero d'accordo. Una vocalità in equilibrio, direi, emozionanta ed emozionante
ma che vibra in leggeri accenti, in flessioni misurate.
E su quel quattro quarti lento, disinteressato eppure incoraggiato da bei
suggerimenti di piano, e intelaiato solo dallo sfrigolare di acustiche, da
echi di chitarre slide; nei chorus ancora chitarre, stratificate, senza
risparmio, e sopra tutto l'espressività di un mandolino. Su tutto questo,
dicevo, un atteggiamento post-bellum, tutto fatto di pioggie raffreddate e
di sognanti visioni.
Lo dico subito: siamo dalle parti del capolavoro.
Può essere utile ricostruire un soggetto, ma certo importano di più le
suggestioni, e di suggestioni qui ce ne sono a iosa. A partire da quell'"e
allora sognò..." Un continuum di révéries, apparentemente inconsistenti sul
piano temporale, prive di ordine e di ragioni. C'è un gambadilegno
stilizzato, straniato nel titolo a buffa immaginetta da giornalini, subito
smentita.
Gamba di legno è un reduce di guerra, c'è poco da scherzare. Atene e Parigi
i due momenti di una civiltà, quella occidentale, città icone di temperie
culturali precisissime; la prima appare in sogno, sotto la neve,
perfettamente algida e diafana, un mito di perfezione polare. L'altra è la
Parigi di una sfilata di reduci in parata militare, tra cui il nostro gamba
di legno, e con l'entusiasmo per la guerra appena lasciatasi alle spalle.
Un passo indietro, ed ecco il militare e la crocerossina - chissà, forse di
hemingwayana memoria. Sappiamo che lo scrittore americano arruolatosi per il
fronte italiano durante la prima guerra mondiale come volontario della croce
rossa, rimase ferito proprio ad una gamba; in quell'occasione conobbe
l'infermiera Agnes von Kurowsky. Queste vicende sono finite nello splendido
Farewell to Arms (1929). Sappiamo tra l'altro che negli anni venti hemingway
visse proprio a Parigi. E allora, anche la pioggia che sferza i lungomare,
le città e le fermate del tram è la pioggia che proprio in Hemingway è
latrice di morte. Così i soldati, carichi di pioggia, e l'umidità, l'inverno
da cui il militare chiede all'infermiera di poter uscire.
Di nuovo Atene, di nuovo un flash, di nuovo una contrapposizione, e di
questo dopoguerra non rimane traccia di parate e di festeggiamenti, il
nostro è solo. Non ci viene detto nulla di Aprile, non sappiamo se il suo è
stato un epilogo simile a quello di Agnes o piuttosto a quello del suo
alter-ego letterario Catherine.
Il brano si chiude con una breve quanto struggente elegia ricalcata
sull'evocatività di un paio di toponimi parigini, a tratteggiare un paio di
immagini veramente da antologia.
Ripeto, imho un capolavoro di equilibrio e immaginificità.
______________________________________________________________

Lettura più che convincente. E concordo sulla valutazione del brano (un vero
capolavoro).
Grazie ancora

Alessandro
EnzoI
2006-03-31 17:45:54 UTC
Permalink
Raw Message
Oltre alla bella recensione di Gioviale, ti segnalo l'analisi del testo di
Sandra Rizzardi (Univ. di Bologna):

http://amscampus.cib.unibo.it/archive/00001724/

Ciao
Enzo
Post by Alessandro Di Candia
Forse vi sembrerò un bifolco, ma, per quanto mi piaccia, non ho ancora
capito Gambadilegno a Parigi: qualcuno mi dà dei lumi?
Non odiatemi
Alessandro
Alessandro Di Candia
2006-04-05 09:05:24 UTC
Permalink
Raw Message
Post by EnzoI
Oltre alla bella recensione di Gioviale, ti segnalo l'analisi del testo di
_________________________________________

Molte grazie. Andrò a leggerla quanto prima.

Loading...