Discussione:
Che di Calypsos non si butta niente
(troppo vecchio per rispondere)
Antonio Piccolo
2006-02-19 23:06:53 UTC
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FRANCESCO DE GREGORI
Calypsos - 9 canzoni nuove
Sony 2006

Alt. Avviso al lettore: questa non è una recensione. Questa è
un’esegesi. Non potrebbe che essere così per un prodotto così fresco,
spontaneo, vitale. Il frutto naturale di un genio artistico, che
racchiude in sé evidenti capacità tecniche e un’ispirazione formidabile.

De Gregori torna dopo undici mesi da “Pezzi” - contro ogni logica di
mercato - con nove brani inediti sull’amore o, comunque, sulla vita,
isolandosi dai tempi bui che aveva descritto (splendidamente) nel disco
dell’anno scorso. C’è chi parla di un concept album sull’amore: non è
così scorretto, perché un’unità di fondo nell’amore è palese. Questo è
un disco strano, unico. Non solo composto, ma anche suonato in poco
tempo. Cosa che non può andar bene per ogni album, ma per questo sì. Può
essere suonato senza maniacali precisioni, senza essere inciso e
re-inciso più volte prima di essere reso pubblico. Perché basta il
traino irresistibile dell’ispirazione. Perché è come un universo a sé:
ha un meccanismo proprio. Al primo ascolto ero perplesso. Al secondo
stavo iniziando a entrare nella sua logica. Al terzo ne ero perdutamente
innamorato.

Inoltre, questo è De Gregori e basta. Ci sono influenze esterne e
riferimenti altrui, ma per lo più consapevoli e voluti. Chiariamo che
non c’è niente di male se l’ombra di Bob Dylan è presente, come nel
memorabile “Pezzi”. Però fa piacere che questo disco possa dimostrare
che, se De Gregori vuole, è capace anche di farne a meno.

Cominciamo con la copertina, che contiene tre citazioni. Uno: la sua
forma scarna - con il titolo scritto a penna - è una dedica affettuosa
a Lucio Battisti, che così aveva voluto le copertine dei suoi ultimi
album. Due: il titolo, che è il nome della bellissima ninfa Calipso
(“l’ho scritto al plurale perché i rapimenti d’amore sono molti”, dice
De Gregori), innamorata di Ulisse più che di se stessa e che, per amore,
lo aiutò a partire per Itaca a costa di allontanarlo da lei; ma è anche
il nome di una danza delle Antille. Tre: il sottotitolo - “9 canzoni
nuove” - che richiama “Ten new songs”, un album di Leonard Cohen.

Continuiamo sottolineando che i testi sono la vera forza di questo
disco: parlano del tema più abusato dell’arte, eppure non sono né
scontati né banali. Anzi. A costo di essere odiati da De Gregori,
diciamolo: sono poetici. Intendendo per “poetico” non il senso tecnico
che appartiene al genere della poesia, ma “alto, elevato, onirico”. Le
musiche non sono originali, ma accompagnano perfettamente lo spirito e,
soprattutto, la parte melodica è portata ad altissimi livelli dal canto
superlativo, che viaggia tra note e timbri tra loro lontanissimi. E poi,
è prodotto così amorevolmente da Guido Guglielminetti, che i loro
arrangiamenti sono la cosa più giusta al momento giusto. Niente di più e
niente di meno.

1. Cardiologia
Primo brano in tutti i sensi. Capolavoro del disco. Cosa c’è che non va
in questa canzone? Niente. A dispetto del freddo titolo che indica la
“scienza del cuore”, è di un’emotività penetrante. Per questo canto
perfetto, che scende e risale a mo’ dell’album “Bufalo Bill”; per questo
preponderante pianoforte suonato da Alessandro Arianti e delicatamente
supportato dal basso di Guglielminetti; per questo testo che è veramente
un breve saggio in toto dell’amore, “che raccoglie conchiglie dopo la
mareggiata / e il cielo è ancora scuro ma la notte è passata / e macina
la sabbia dentro i mulini a vento / e che non ha mai fretta e che non ha
mai tempo”. Ah, palesiamo l’imbarazzante errore di Gino Castaldo che
sulla Repubblica annuncia ai quattro venti che in questo pezzo per la
prima volta De Gregori dice “ti amo”: e "Pezzi di vetro" dove la mettiamo?

2. La linea della vita
Un pezzo ritmato dal testo spontaneo, arrangiato con invettiva e
divertimento (sacrificando un po' di estetica per dei ridicoli cori
femminili alla Bongusto!). Ma è il testo che è sbalorditivo, con
considerazioni generiche sui rapporti, su quegli strani meccanismi che
si creano, per cui magari si fa finta di non riconoscersi, e non ci si
saluta. Com'è genuina la goffaggine dell'io parlante che, quando lei
dice "una bussola dovevi almeno portarla con te!", risponde "una
bussola! potevi almeno spiegarmelo come si usa una bussola, scusa!".

3. La casa
Per dirla simbolicamente, è la versione adulta de "La casa" di Sergio
Endrigo. E' la casa che costruiamo nella nostra mente, fatta delle
nostre illusioni, utili e necessarie per la nostra sopravvivenza. Una
piccola perla dolce e delicata, con un melodia fiabesca. Dice De
Gregori: "è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo sempre
qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è disincanto".
Dice anche che ultimamente sta ascoltando quasi esclusivamente musica
classica. E si sente: un gioco di timbri studiato e raffinato, archi
lievi diretti da Guglielminetti che fanno brillare il tutto. Quant'è
bello il cambio melodico nel verso "e ci pianto quattro rose / e ad
ognuna do il tuo nome" o nel simmetrico "e ci metto la scommessa / che
ti voglio amare sempre"?

4. L'angelo
L'unico calypso (nel senso della danza) del disco, cantato insieme a
Luci Campety. Musicalmente non molto convincente, a dirla tutta. Ma che
idea geniale: il protagonista è l'angelo della morte, ma non è
minaccioso. Anzi. Danzando sul ritmo caraibico, arriva con assolute
buone intenzioni, "e dice sono venuto a sciogliere / e non a spezzare",
"sono venuto a prendere / e non a rubare". Perché la morte, sembra
strano, fa parte della vita. Sarei portato a pensare che prima di
scriverla, De Gregori ha letto l'ultimo romanzo di Saramago - "Le
intermittenze della morte" -, se non sapessi che è uscito mentre lui
registrava.

5. In onda
Rivive il mito di Ulisse, che si butta in onda, nel senso del mare, ma
anche nel senso che è in gioco, visibile a tutti. Forse. Perché nemmeno
l'autore sa bene di cosa parli questa canzone alienata, fatta di
atmosfere quasi futuristici, un ritmo che lentamente scorre e un
arrangiamento estraniante. Come se fosse tutto un sogno, fatto di
silenzi e forti immagini della natura (fra strada, pioggia, vento,
porte, luce, tappeti, vestiti e colori). Il cantato arriva a degli acuti
rischiosissimi, e si sperimenta irrefrenabilmente.

6. Mayday
Uno dei vertici dell'album. Pur ringraziando tutta l'infleunza dei Dire
Straits, questo rock cupo e travolgente è un centro pieno. A partire
dalla sezione ritmica perfetta, passando per gli stupendi assoli della
chitarra elettrica Fender Telecaster 55 di Paolo Giovenchi e i cori
finali di Elsa Baldini, Claudia Bertè e Moira De Santi. Fino a finire in
questo testo straordinario, che si rivolge ad un Ulisse qualunque che,
per salvarsi la vita, deve mettere fine ad una storia d'amore logorante,
"lasciare la vecchia strada", "rischiare di più", "comprare un vestito
nuovo", "non aver paura di dimenticare". "Mayday", come la richiesta di
aiuto del Titanic ed infatti la canzone si conclude così: "per salvarti
la vita / non ci stare a pensare / chiudi bene la porta alle spalle / e
butta la chiave / guarda dritto negli occhi / l'amore che stai per
lasciare / e abbandona la scena / abbandona la nave". Piccola nota:
viste e considerate le sonorità distorte del pezzo, sembra essere
interscambiabile con Passato remoto, contenuto nel precedente "Pezzi".

7. Per le strade di Roma
Anello debole del disco. Testo privo di retorica, senza dubbio, dove è
rappresentata la Roma del popolo e quella della dolce vita, quella delle
campane e quella di ragazzi che "sognano di fare il politico o
l'attore", quella di "donne da guardare" e quella di "zoccole in via
Frattina". Ha anche un suggestivo minimoog nella coda finale, ed è una
novità per De Gregori. Però pare scritta a tavolino e non spicca mai il
volo. Senza contare la partenza identica (musicalmente) a "In onda".

8. L'amore comunque
Degregoriana fino all'osso, un'elegia ad una "regina del tempo, della
sabbia e del vetro", carica di immagini d'impatto. Un ritornello rimato
ed orecchiabile, cantato a due voci (entrambe registrate da De Gregori
stesso). Piccola considerazione sull'amore, e anche difesa a suo modo.
"Che tu ne faccia meraviglia / o spettacolo banale / lacrime a rendere /
o scherzo di carnevale"...l'amore, comunque, c'è sempre.

9. Tre stelle
Finale azzeccato più che mai: tre stelle, come quelle di un motel. "E'
un inno agli amori tra Minnie e Topolino. Alla fine, abbiamo scherzato,
l'amore ci può essere anche in un motel, vicino all'autostrada",
dichiara De Gregori. Come in "Stella della strada", pure incentrata su
una prostituta, anche qui ci sono le stelle e il country. Un
divertissment significativo, con un pianoforte spensierato ed un allegro
clarinetto (è dai tempi de Il cuoco di Salò che non si sentiva nei suoi
dischi uno strumento a fiato che non fosse l'armonica a bocca). Dopo
otto canzoni di un certo spessore, ci voleva. In fondo, parafrasando
Guccini, l'amore e la morte non sono altro che due delle tante
sciocchezze della vita.
--
Ciao
Antonio Piccolo
http://antonioantonio.blog.excite.it
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Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole
giuste: le parole sono importanti! "Trend negativo"...io non parlo così.
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gioviale
2006-02-20 08:31:39 UTC
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Post by Antonio Piccolo
FRANCESCO DE GREGORI
Calypsos - 9 canzoni nuove
Sony 2006
Alt. Avviso al lettore: questa non è una recensione. Questa è
un'esegesi.
Direi piuttosto un'apologesi.


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gioviale
Alessandro Di Candia
2006-02-21 14:59:48 UTC
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Post by gioviale
Post by Antonio Piccolo
FRANCESCO DE GREGORI
Calypsos - 9 canzoni nuove
Sony 2006
Alt. Avviso al lettore: questa non è una recensione. Questa è
un'esegesi.
Direi piuttosto un'apologesi.
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Un'apologesi che sicuramente il Principe di merita.
Cià
Astolpho
2006-02-21 18:22:21 UTC
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Post by Alessandro Di Candia
Un'apologesi che sicuramente il Principe di merita.
Cià
Non per Principio.

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gioviale

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